005p i soldatini

La guerra si combatteva anche nelle retrovie, lontano dal fronte. Tutta la nazione era stata travolta in un cataclisma che avvolgeva tutti nel suo tragico turbinio.

I soldatini
I soldatini

Quasi ogni famiglia aveva qualcuno al fronte. Tutti temevano il peggio, tutti temevano l’arrivo di certi signori compunti e seri, vestiti di nero che comparivano alla porta con la tragica notizia che un loro caro era morto.

Ma si cercava anche di sorridere.

I bambini han da sempre giocata alla guerra e per questi soldatini la guerra, anche se lontana, c’era per davvero ed era solo un gioco.

i soldatini_positive1_small.

Erano i figli di AB? Ma forse sono dei parenti, dei nipotini. Tornato in licenza, ha scattato quest’immagine stereoscopica dei due bellicosi guerrieri, armati fino ai denti.

Sembra una casa padronale di campagna, magari con la porta della cucina che dà direttamente nel piazzale dalle grandi mattonelle. Ed chi era il ragazzo più grandicello con la testa involtata con la sciarpa? Forse aveva gli orecchioni.

I soldatini, considerando la loro età ai tempi della Grande Guerra, fecero in tempo a crescere per esser pronti a partire per la Seconda Guerra Mondiale. E quale sarà stato il loro destino?

Continuo a farmi, a fare domande, ma poi ho ben poche risposte.

 

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004p ma la bella chi era?

DSC03109 pettoruta stereoMa chi era la bella? Già dalla negativa si intravede che è una bella donna. Anche in guerra, soprattutto in guerra ci vogliono belle donne per dar coraggio, per sognare i baci, gli abbracci del ritorno a casa.

Mi pare giusta la scelta della macchina per questa fotografia, non ci sono dubbi quella stereoscopica. AB sapeva quel che voleva. Sapeva che quando avrebbe inserito la doppia immagine nel visore avrebbe ottenuto un risultato a tre dimensioni, promettente di tanto caloroso affetto.

Anche in questo caso non so chi sia. Considerando l’acconciatura, il vestito e soprattutto la collana di perle doveva essere una signorina o signora di buona famiglia, ma che fosse la fidanzata, o addirittura la moglie di AB? Lei sembra soddisfatta, sicura di se, è di certo a suo agio col fotografo. Vuol lasciare nella foto il meglio di se, spera che lui terrà cara questa foto e quando lontano, al fronte, continuerà ad ammirarla e desiderarla. Lei, triste nel suo letto freddo e vuoto, penserà a lui che ogni sera prima di dormire darà un bacio alla sua immagine.

La strada sembra quella d’un paese di campagna. Nella foto c’è un porta con disegnati sopra dei simboli che sembrano religiosi, forse c’era una cappella improvvisata. Sopra la testa della ragazza, attaccata al muro, c’è una gabbia, sembra una di quelle che i cacciatori usano per tenerci gli uccelli da chiamo.

004p pettoruta bE per finire, il suo nome? Il primo che mi viene in mente, senza nessuna plausibile ragione, ma possibile: Evelina, si pare proprio un’Evelina.

005g i prigionieri

I prigionieri austriaci
I prigionieri austriaci

Fra le tante lastre che mi furono donate non ho dubbi nell’affermare che questa è la più evocativa, quella che ancora mi emoziona, quella che non mi stanco d’ammirare.

Avevo capito guardando il negativo di vetro che sarebbe stata un’immagine importante. Ogni volta che la guardo è come fosse quella prima volta che la vidi miracolosamente comparire nel bagno di sviluppo in camera oscura. L’immagine, pallida dapprima per poi prendere tutta la consistenza dei suoi contorni, avevo fatto risorgere dall’oblio tutti quegli uomini che in un luogo a me sconosciuto e senza tempo s’erano ritrovato a vivere un momento della storia, che non era altro che la somma di tante storie individuali. E loro erano quelli fortunati, loro erano quelli che ancora marciavano e non erano neanche mal messi, sembra tutti ben rasati.

Una copia di questa incorniciata mi ha seguito in vari uffici nelle mie peregrinazioni. Non sono mai stanco d’osservare i volti dei vincitori e dei vinti, ma poi alla fine ci son davvero i vincitori? In ogni modo il soldato italiano sulla sinistra, Carcano ’91 lungo (ma potrebbe essere, come suggerito, un Vetterli modificati in cal 6.5×52 Carcano nel 1916 e adottati dalla milizia territoriale, tra i cui compiti spettava pure quello della custodia dei prigionieri) e vecchie giberne, sembra soddisfatto; l’austriaco anziano a testa bassa sulla destra invece è scoraggiato, sente il peso della sconfitta, insicuro di quello che il futuro gli porterà. Di certo in quella fiumana c’erano uomini venuti da ogni angolo dell’impero, croati, boemi, ungheresi, dalmati, sloveni, tirolesi ecc. Dare ordini ed esser capito non doveva essere una cosa facile.

Inoltre quando la vidi la per la prima volta pensai che questa immagine fosse della fine della guerra. Ecco cosa aveva voluto dire Armando Diaz quando scrisse.  

… I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.

Carcano '91 lungo
Carcano ’91 lungo

Poi un amico, molto più esperto di me in materia ha suggerito che forse quest’immagine è dell’inizio della guerra. Infatti mi ha fatto notare che nessun soldato porta l’elmetto Adrian. I primi arrivarono dalla Francia nell’ottobre 1915.

L’unico cartello leggibile e quello con la scritta Bocca Incendio. C’è qualcuno che ne sa qualcosa?

 

A proposito del ’91.

Nel 1994 fui trasferito dall’ufficio (Alitalia) del New Jersey a quello di New York. Un gruppo d’amici organizzò un pranzo d’addio ed alla fine assieme ad una valanga d’auguri mi fecero un regalo per commemorare l’evento. Il pacco aveva una strana forma, involtato in semplice carta da imballaggio, era lungo e pesante. Fra gli amici c’era un capitano della polizia di Paterson e lui, che conosceva la mia passione per la storia e sapeva quello che mi avrebbe fatto piacere, fece il discorso e cerimoniosamente mi presentò il dono. Immaginate la mia sorpresa quando lo aprii: era diventato il proprietario di un Carcano 91 lungo, Terni 1895. E per concludere mi disse:

“Se hai bisogno di cartucce te le procuro, calibro strano 6.5. Sappiamo che dovrai lavorare con quelli di Brooklyn.” Gran risata generale “Purtroppo non son riuscito a trovare il caricatore. Devi caricare un colpo alla volta.”

Solo in America!

Avevo la baionetta in Italia e non credo che sia quella giusta per questo modello.

Possiedo anche un elmetto Adrian francese, che poi alla fine del 1915 anche le truppe di linea ricevettero in dotazione. Lo trovai a Londra in un mercatino delle pulci.  005 elmo Adrian

 

 

 

004g … e con la neve tiriamo fuori le slitte

La dichiarazione di guerra dell’Italia venne a primavera, il 24 maggio 1915.

Era nell’aria da tempo e non credo che non furono in molti ad esserne sorpresi e di certo furono in tanti ad esserne scontenti.

Francesi, inglesi, tedeschi, russi, turchi e tanti altri si stavano già massacrando da quasi un anno.

D’Annunzio era stato invitato a Quarto per commemorare il 5 Maggio, giorno dell’imbarco dei Mille. Il suo discorso di fuoco, iperbolico, epico ed soprattutto interventista, fu un segno premonitore di future battaglie, bastava solo che Garibaldi saltasse fuori dalla tomba.  

Sin dai primissimi giorni del conflitto fu chiaro al Comando che la posizione strategica e la struttura del Palace Hotel des Dolomites a pochi chilometri dal confine e da quelle impervie montagne del Cadore dove in breve tempo si delineò la linea dei futuri combattimenti, erano gli elementi essenziale per trasformarlo in breve tempo in un ospedale da campo, il n.201.

AB, il dottore fotografo fu richiamato, ma forse partì volontario? Quando arrivò a prestar servizio aveva nel suo bagaglio tutto l’equipaggiamento fotografico necessario, sapeva di vivere un momento storico e lui lo voleva immortalare nelle fotografie.

In Cadore l’inverno arriva presto e con l’inverno la neve. E ci furono momenti in cui i soldati e gli ufficiali cercarono di dimenticare la guerra. Molti di loro venivano da terre lontane e di neve ne aveva vista poca. Invece i montanari di Borca erano preparati e tirarono fuori le slitte.

004g1 slitta e cavallo IMG_9840

In questa prima immagine si vede che la neve era pesante, bagnata, quella che si attacca ai rami degli alberi. Mi pare che i soldati non siano seduti in una vera slitta ma piuttosto in un treggia. Inoltre il guardiano del cavallo forse non un soldato, infatti lui indossa un cappotto e non la mantellina, non so se c’erano truppe che avevano cappotti. 

Ital. soldati con slitta e cavallo IMG_8874

Quella della seconda immagine è una vera slitta con quello che sembra un cocchiere e quelli seduti sembrano essere due ufficiali. Quello è il vecchio campanile della chiesa di Borca; in immagini più recenti si può vedere che ne è stato costruito uno nuova e distaccato dall’abside. Sulla destra le scoscesi pendici dell’Antelao.

004g2  uomini con le slitte

Un giorno dieci uomini, decisero di salire nel poggio di fronte all’ospedale e di riscende giù a valle di gran corsa con le slitte. La maggior parte sembrano esser ufficiali ed uno di loro indossa gambali di cuoi duro, oggetto di lusso. Poi c’era un giovane del luogo che forse faceva loro da guida e lui si è messo gli sci e per manovrare il suo andare ha una sola asta, un colpo a destra e poi uno a sinistra. Il giovane montanaro è cresciuto in fretta, il vestito sembra essergli stretto e le maniche e i pantaloni sembrano corti.

Ma ce n’è un altro nella comitiva, quello che non si vede mai, il fotografo. AB si è portato dietro l’equipaggiamento, incluse le pesanti lastre negative di vetro.

Anche in questa foto si vede in basso sulla destra l’inconfondibile struttura dell’hotel-ospedale e su tutto domina sempre l’Anteleo. 

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 Poi due coraggiosi prendono il via

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Ma non andranno lontano, loro son ragazzi di città e di neve e tantomeno di slitte ne san poco, ma in compenso non si son dimenticati di ridere.

La guerra non è lontana, ma per un giorno, almeno per poche ore, questi uomini saranno riusciti a dimenticarla?

Speriamo di sì.

 

003p Viaggio al Lido di Venezia, Grand Hôtel des Bains

Grand Hotel des Bains, Lido di Venezia
Grand Hotel des Bains, Lido di Venezia

Uno dei grandi protagonisti di “Morte a Venezia”, che Luchino Visconti diresse nel 1971, fu proprio il Grand Hôtel des Bains al Lido di Venezia, che splende in tutta la sua maestosa gloria in quegli ultimi anni di pace. La morte di Aschenbach, proprio su quella spiaggia della foto stereoscopica, pare inevitabile sin dall’inizio, unica logica conclusione d’una storia crepuscolare.

Inevitabile? Era quello il destino dell’Europa del 1910? La Grande Guerra non era lontana e l’avrebbe confermato.

Il Grand Hôtel des Bains, credo che allora non si usassero le stelle per classificare gli alberghi, era semplicemente di “prima categoria”, fu costruito nello stesso periodo di quello a Borca di Cadore.

Ma quando AB, il dottore fotografo, andò a Venezia? Prima o dopo la guerra? Ho studiato la foto attentamente e non ho raggiunto una conclusione definitiva. Sono propenso a pensare che sia dopo, negli anni venti. Il fatto che questo negativo sia nella stessa scatola dove ho trovato l’immagine di Mussolini al balcone di Palazzo Venezia dovrebbe essere un elemento sufficiente per confermarlo. La moda di portare la paglietta, come il signore con la giacca al centro, durò per molti anni.

Spero sempre che qualche amico sia capace di identificare degli elementi che possano aiutare.

Il fatto che sia andato, ma anche questa è un’assunzione, al Grand Hôtel des Bains conferma che era uno che stava bene, che se lo poteva permettere. Di certo avrà pensato ai suoi giorni passati nel Palace Hotel des Dolomites, ufficialmente denominato ospedale da campo 201. Che ci fossero anche quelli “da campo” di prima categoria? 

Piazza San Marco. Venezia
Piazza San Marco. Venezia

E come tutti i turisti a Venezia un giorno AB andò in piazza San Marco e salito sulla torre scattò una foto con la sua macchina stereoscopica.

A proposito della macchina stereoscopica penso che i due obbiettivo non erano ben sincronizzati, infatti in tutte le fotografie l’immagine di sinistra appare sovraesposta, ovvero l’otturate rimaneva aperto una frazione di secondo più a lungo. Che abbia mai cercato di farlo riparare? Di certo se n’era accorto.

003g La cucina dell’ospedale da campo “n.201” ai tempi della Grande Guerra

Come già detto il maestoso Palace Hotel des Dolomites era stato costruito nel versante italiano, a pochi chilometri dall’allora confine di stato. Ancora oggi esiste una località, lungo la Strada d’Alemagna, designata la Dogana Vecchia. Cortina, allora parte dell’Impero Austro-Ungarico, era a solo cinque chilometri nell’altro versante.

Il 27 maggio 1915, solo tre giorni dopo la dichiarazione di guerra, il tenente Edmondo Matter a capo d’una pattuglia di sette uomini “conquistò” Cortina, abbandonata dagli austriaci che si erano attestati su alte posizioni, più favorevoli e difendibili, sulle Tufane e sulla Croda de r’Ancona. Lo stesso tenente Matter, medaglia d’oro, morirà combattendo sul Carso. Una caserma di Mestre porta il suo nome.

 

cucina dell'hotel poi diventato ospedale
cucina dell’hotel poi diventato ospedale

l nuovo ospedale da campo n.201 non aveva bisogno di impiantare nuove cucine, queste c’erano già, e che cucine! Allestite per preparare pasti ad un clientela ricca, sofisticata ed internazionale non credo che fu difficile riadattarle a preparare il rancio per la truppa e per i feriti sistemati in camerate e nelle camere.

Ma cosà ci sarà nel gran pentolone che i cuochi soddisfatti sembrano supervisionare attentamente? Diciamo una gran montagna di spaghetti. La monaca a distanza sembra dare il suo consenso.

L’ospedale fu in funzione ed operativo fino agli inizi di novembre del 1917, poi dopo il collasso di Caporatto di certo ci fu un gran fugone per evitare d’esser presi prigionieri dalle truppe austroungariche-tedesche che stavano incalzando. Era stato il giovane Rommel, che si era riposizionato venendo dal fronte russo, che aveva sfondato a Caporetto

           Nel libro “Dalle Dolomiti al Grappa, la ritirata dal Cadore dopo Caporetto” di Musizza e De Donà si legge <<Drammatici avvenimenti succedevano intanto in Val Boite. Qui la mattina del giorno 7 (novembre) l’ospedale da campo n°201 sito nel Palace Hotel des Dolomites venne preso d’assalto dalle popolazioni di Borca, Villanova, Serdes e Resinego, che trafugarono tutto, dai materassi alle tele d’altare, mentre gli Austriaci erano impegnati a requisire soprattutto vacche e manzetti per macellarli all’istante per la fame delle nuove truppe in arrivo>>

Chissà dove sarà andato a finire il pentolone, ma sopratutto dove era AB? Forse rilocato in un altro ospedale. Di certo i negative di vetro si salvarono.

 

Durante una mia ricerca nell’internet ho trovato in una pagina pubblicitaria dell’attuale hotel Park Des Dolomites quest’immagine della storica cucina. Si nota subito che la foto è stata censurata, la monaca ed il soldati se ne sono andati. 

pubblicita' trovata nell'imternet
pubblicita’ trovata nell’imternet

Ritrovare questa in un sito internet mi ha sorpreso molto; ma come è possibile che avessero quest’immagine di cui io posseggo il negativo di vetro? Non riesco ad trovare una plausibile risposta. Posso solo pensare che il dottore fotografo avesse una sua camera oscura nell’ospedale e che abbia stampato e poi lasciato quest’immagine a qualcuno e che infine miracolosamente sia sopravvissuta fino ai nostri giorni in qualche cartella dell’hotel.

Ho scritto al Park Des Dolomites, non avuto alcuna risposta. 

 

Nota: ringrazio ancora il sig. Daniele “Gira” Girardini che mi ha fornito ulteriori informazioni sull’ospedale da campo n.201, sul tenente Matter, nonché sul gli eventi riportati nel libro. “Dalle Dolomiti al Grappa, la ritirata dal Cadore dopo Caporetto”

Il sig. Girardini cura un interessante sito dedicato alla Grande Guerra combattuta anche fra le impervie cime del Cadore.

www.cimeetrincee.it 

002g Palace Hôtel Dolomiti ai tempi della Grande Guerra 1915-18

manifesto pubblicitario antecedente la Grande Guerra
manifesto pubblicitario antecedente la Grande Guerra

…e la gente, verso la fine dell’ottocento, cominciò ad andare in vacanza, almeno quelli che se lo potevano permettere. L’espansione della rete ferroviaria aveva reso raggiungibili in breve tempo destinazioni che prima solo i più avventurosi avrebbero preso in considerazione. Il passo del progresso era stato enorme, anche se oggi ci appare primitivo e ci fa sorridere. Vecchi porti di pescatori come Nizza, San Remo, Viareggio, solo per far un dei nomi divennero la meta agognata della ricca borghesia ed aristocrazia nordeuropea che cercava di sfuggire l’inverno freddo e nebbioso.

Scoprirono anche che c’erano anche quelli, in un’era senza condizionatori, per chi voleva sfuggire l’afa estiva. E cosa ci poteva esser di meglio d’una località alpina dall’aria salubre? E cosi per accontentare quella ricca clientela elegante e sofisticata, che ancora non sapeva neanche cosa fossero sci, costruirono grandi alberghi fra i boschi e con la vista di picchi maestosi.

Il Palace Hotel Dolomiti, a Borca San Vito di Cadore, a pochi chilometri dal confine con l’Impero Austroungarico, fu costruito nel 1904 sotto il picco dell’Antelao. A quel tempo Cortina era in Austria, ancora oggi lungo la strada dell’Alemagna c’è la località Dogana Vecchia. Come si legge nel manifesto pubblicitario la stagione si limitava all’estate, davvero un grosso investimento per una struttura da utilizzare solo tre mesi e mezzo l’anno. Ancora non avevano inventato la settimana bianca.

Non so quanto successo ebbe questa destinazione in quei primi anni, ma so che dopo l’entrata in guerra dell’Italia alla fine di maggio del 1915 l’albergo fu tutto al completo per gli anni a venire. La sua strategica posizione, nelle retrovie non lontana dal fronte, era ideale per allestire un ospedale militare. I due eserciti si trovarono a confrontarsi in condizioni di estrema durezza combattendo fra le impervie montagne del Cadore.

Le strutture del grande albergo con tante camere e grandi cucine offriva il necessario per il nuovo uso.

Immagino che il nostro dottore fotografo doveva esser soddisfatto quando arrivò a Borca di Cadore, si trovò a suo agio, lui era un signore. La guerra la doveva fare, tanto meglio farla stando in un albergo di prima categoria. Allora non avevano ancora inventato le stelle per distinguere gli alberghi.

giorno di bucato
giorno di bucato

L’albergo, come tutti gli alberghi, di lenzuola ne aveva tante. Il problema sarà stato quello di lavarli. In questa immagine ci sono anche, nei filari più lontani, tante maglie e mutande lunghe, di sicuro son quelle di lana, che dan prurito.

Ancora non so la storia dell’albergo nelle sue varie tappe che seguirono la fine della guerra, ho scoperto che ebbe ospiti illustri come D’Annunzio, la Duse e tanti altri.

Dopo tante vicissitudini fu infine comprato dalla diocesi di Padova.

Completamente restaurato e riportato al suo originale splendore il Palace Hotel des Dolomites fu inaugurato nel 2009. Centro non solo di vacanze alpine offre guida a chi voglio ritrovare la pace spirituale, è infatti anche la sede dell’Istituto Dolomiti Pio X.

Nota: ringrazio il sig. Daniele “Gira” Girardini che mi ha aiutato ad identificate la località dalla fotografia delle lenzuola stese. Il sig. Girardini cura un interessante sito dedicato alla Grande Guerra combattuta anche fra le impervie cime del Cadore.

www.cimeetrincee.it

002p le macchine fotografiche, accessori e il dito del fotografo.

tipico apparato fotografico a lastre inizio novecento
tipico apparato fotografico a lastre inizio novecento

Questa è una tipica macchina fotografica dell’epoca, ai tempi della Grande Guerra. È probabile che il dottore AB ne avesse una di questo genere, portatile, diciamo moderna rispetto alle altre più ingombranti tipo banco ottico che necessitavano sempre un treppiedi. La Kodak con successo produceva macchine (Brawnie ed altre a soffietto) che usavano la pellicola. La rivoluzionaria Leica, che avrebbe usato spezzoni della pellicola a 35mm usata per girare i film, sarebbe arrivata più avanti, negli anni venti. Mio padre in Libia nel 1924 aveva una piccola macchina tedesca a soffietto che usava una pellicola d’uno strano formato.

lastra di vetro e scatole originali francesi
lastra di vetro e scatole originali francesi

Dalle lastre di vetro che sono arrivate fino a me si deduce che il dottore fotografo ne utilizzò almeno tre tipi. La maggior parte sono di vetro 10×15 cm il famoso e credo più comune formato cartolina. Usavano il bromuro d’argento come emulsione fotosensibile e questo era un grande progresso rispetto alle tecniche precedenti, permettendo di scattare foto a più alta velocità. Ne ho alcune del formato più piccolo 9x12cm. La scatola che le contiene non è quella originale, ma una per pellicole dello stesso formato di manifattura tedesca: Perutz P21 portrait matt con scadenza Aug, 73. Infine ho una scatola originale di negative stereoscopiche 4x10cm, quelle che permettevano con l’uso d’un visore speciale di vedere l’immagine in tre dimensioni. 

Le scatole delle lastre erano pesanti e care. Il fotografo era sempre molto accorto prima di scattare, voleva esser sicuro di quello che stava per immortalare, gli sprechi erano un inutile lusso.

prima
prima
dopo
dopo

Ma come faceva a sviluppare le negative e stampare le foto? Forse aveva allestito una camera oscura? Considerando le dimensioni della lastra la maggioranza delle immagini venivano riprodotte, dopo lo sviluppo, mettendo il lato dell’emulsione a diretto contatto con la carta sensibile per poi esporla ad una sorgente di luce, magari il sole. Non c’era bisogno di ingranditore, bastavano un bagno di sviluppo ed uno di fissaggio.

È anche probabile, come mi ha suggerito Lorenzo, che poteva inviare le negative ad uno laboratorio professionale e che lo stesso monogramma AB potrebbe riferirsi a questo piuttosto che all’autore. Questo è certo uno tema da “sviluppare”.

macchina fotografica stereoscopica del periodo
macchina fotografica stereoscopica del periodo

Le lastre stereoscopiche dovevano essere sviluppate e montate professionalmente su cartoncino, per poi esser visionate nello speciale visore.

La fotografia stereoscopica ebbe un grandissimo successo cominciando nella seconda metà dell’ottocento. Era tipico di molte famiglie borghesi di collezionare immagini di tutto il mondo da guardare con un visore che permetteva l’effetto ottico delle tre dimensioni per poi immaginare viaggi in luoghi lontani ed esotici.

visore per immagini stereoscopiche
visore per immagini stereoscopiche

La prima volta che vidi delle foto stereoscopiche fu negli anni cinquanta ed erano già fuori moda; era stato poi inventato un altro apparato, il View-Master che con lo stesso principio delle due immagini che sovrapponendosi davano l’effetto delle tre dimensioni.

Il Sor Camillo Benci di Sansepolcro aveva una gran collezioni di immagini del Sud Africa, dove aveva vissuto a cavallo fra I due secoli per vent’anni, e molte erano del guerra dei Boeri. Poi considerando che  ero grande abbastanza e col permesso della moglie, mi fu permesso di visionare il deposito segreto delle ragazze zulu nude. Fu quella la prima volta che vidi una donna nuda, che non fosse una statua od un dipinto. E non solo erano nude ma anche a tre dimensioni!

Il dottore fotolografo era fascista, ci sono varie immagini che ce lo confermano. Le vedremo più aventi. Quando AB andò a Roma ad una grande adunate decise che voleva tramandare la fama imperitura di Mussolini al balcone di Palazzo Venezia in tre dimensioni. Non fu accorto nell’impugnare la macchina ed immortalò anche un suo dito. In questa mia ricerca di identificare AB, il dottore fotografo, forse l’unico elemento sicuro rimarrà solo questo dito.

Mussolini al balcone di Palazzo Venezia ed il dito del fotografo a destra
Mussolini al balcone di Palazzo Venezia ed il dito del fotografo.

Posseggo una macchina stereoscopica. Credo che Kodak abbia sviluppato le immagini diapositive stereoscopiche fino agli anni ottanta. Venivano proiettate in un schermo e si poteva vedere con degli occhiali speciali.

001g il 23 aprile 1916 – Pasqua AB

tormenta nel giorno di Pasqua del 1916
tormenta nel giorno di Pasqua del 1916

La Pasqua del 1916 venne molto tardi, il 23 aprile, e questo è un dato sicuro; ne ho avuto conferma controllando il “calendario perpetuo”.

Inoltre si può vedere che la gran tormenta di neve fu di tali proporzioni, fuori stagioni perfino nelle Alpi, che il fotografo decise di immortalarla. La lenta velocità di scatto dell’obbiettivo può aver creato questo effetto di movimento. Sulla lastra di vetro del negativo scrisse la memorabile data. Credo che l’unica maniera per poterlo fare fosse quella di rigare con una punta di metallo l’emulsione, ed infine sulla destra aggiunse il monogramma AB.

Non sapendo il nome ho deciso di chiamarlo AB, pronunciando le due lettere separatamente “a-b”. Questo è tutto quello che so del dottore appassionato di fotografia, che partì per la guerra con il suo apparato fotografico, un treppiede e pesanti scatole di lastre di vetro al bromuro d’argento.

La località è sconosciuta, la foresta d’abeti che circonda l’edificio conferma una località alpina, forse nel Cadore, dalle parti delle Dolomiti come son visibili in molte altre immagini.

001p il dottore cacciatore

il dottore cacciatore
il dottore cacciatore

Non so chi sia questo signore di campagna che si è messo in posa per essere immortalato.

Volendo dare un volto al dottore fotografo che partì per la guerra portandosi dietro una macchina fotografica e pesanti scatole di lastre fotografiche di vetro al bromuro d’argento, ho deciso, o meglio ho scelto che sia lui. Mi piace con quello sguardo fiero e sicuro.

Dal cappello, dal perfetto taglio della giacca sportiva alla cravatta ed ai gambali che indossa non ci son dubbi, è un signore. E la doppietta senza cani ne è la conferma. Di certo c’erano a quel tempo dei poveri cacciatori che andavano ancora in giro con schioppi ad avancarica (a luminello, a bachetta)

Di lui sappiamo solo le iniziali AB che ha monogrammato raschiandole in alcune lastre. Sappiamo che è sposato, la fede alla mano sinistra lo conferma. Ci sono fra le sue tante fotografie immagini di giovani signore eleganti, una di certo sarà stata sua moglie, forse più avanti nella creazione di questo mosaico gliene sceglierò una.

Avendo stabilito il suo status di signore direi che la prima A è quella del nome. Considerando il discreto numero di immagini con preti, monache, precessioni e chiese direi che venga da una famiglia molto cattolica, quindi ci son molte probabilità che il suo nome sia quello d’un santo di prima categoria come Antonio, Agostino o Andrea.

Semplici ed inutili congetture, lasciamolo semplicemente A.